Che tristi i giorni dei nostri
vent’anni.
Possedevamo solo l’esperienza
del vissuto degli altri: e non ci piaceva per nulla.
L’unica nostra diretta esperienza
era sapere con risolutezza cosa non volevamo diventare.
Come ci sembravano sciocchi i
discorsi sulla giovinezza che popolavano le nostre anziane antologie scolastiche,
noi che desideravamo il futuro come desideravamo il sesso: chiedendoci se ce l’avremmo
fatta, se saremmo stati all’altezza di goderne come immaginavamo.
Non volevamo un futuro
qualunque, no: volevamo un futuro coerente, che ci somigliasse, e non soltanto a
tratti, occasionalmente.
Io e te abbiamo fatto vite
diverse, ma avevamo la stessa determinazione: percorrere la vita senza
lasciarci percorrere, senza cadere mai in consuetudini mentali solo per
sentirci rassicurati.
Non ci piacevano i rinunciatari.
Ma non ci piacevano neanche gli accecati,
infuriati a prescindere.
Però io credo che una cosa sia
accaduta a entrambi: non ci siamo mai dimenticati di nulla nei nostri vent’anni.
Vedi, io questa memoria lunga me
l’ero ripromessa presto, la prima volta ero solo una bambina di otto anni,
forse anche meno, e quello della memoria mi sembrò subito un vero patto solenne,
il più solenne di tutti, silenzioso come tutti i veri giuramenti.
Non so se anche tu ti
ripromettesti altrettanto, però io credo che comunque tu abbia rispettato lo
stesso patto e oggi anche per questo ti amo.
E quando qualche giorno fa quel
dolore giovane ti è galleggiato di nuovo a pelo d’anima, proprio questa
riflessione ho fatto: il dolore della memoria è il segno tangibile di quel
patto che vive in noi, l’impronta che ci siamo consapevolmente lasciati
imprimere dentro.
Per questo tatuaggio dell’anima noi
due oggi siamo ancora liberi, interi dentro, capaci di leggerci intorno, anche se quella
memoria di tanto in tanto ci fa sanguinare, e non poco.





