M’imbatto nella stanchezza di una mattinata di troppi impegni, dall’altra parte della città per di più: corse dietro all’autobus più veloce, sali e scendi da una rampa di metro, rapido e frequente calcolo dei tempi e delle attese.
Accade così di trovarsi all’ora di pranzo, ad un’ora di viaggio da casa, con la fame che latita per la troppa stanchezza e il desiderio d’essere colta da uno sfizio gastronomico già allestito. Calcolo tra me e me che per pranzare in compagnia dovrei trasferirmi altrove, un altro quartiere e un altro trasbordo, un'altra rampa e un'altra scala mobile, un altro vagone e un altro annuncio. Non mi va.
Camminando mi viene incontro un cartello: un piccolo bar-enoteca e tre sole scelte di menù, tutte invitanti. Il posto è ricavato da un giardino ex-condominiale, verde di oleandri e di tettoia a creare una nicchia, mobili da giardino e buona musica che ti accolgono insospettabilmente. Ecco, ho trovato la mia pausa solitaria e felice, davanti ad un buon piatto e a due dita di ottimo vino.
Mi piace. Non mi capitava da tanto di avere per compagnia solo cibo e musica. E’ un'opportunità per godermi la mia stanchezza, per lasciarla andare giù nelle gambe nascoste dal tavolo, senza doverla ricomporre e senza la preoccupazione di annoiare nessuno. Stare in compagnia di sé stessi, scendendo da un treno in corsa in un’imprevista e accogliente stazione di periferia, riconcilia persino con la fiacca ed il sovraccarico di un periodo così.
E pensare che c’è gente che sa stare da sola esclusivamente per necessità.





