giovedì 15 marzo 2012

godersi la stanchezza

M’imbatto nella stanchezza di una mattinata di troppi impegni, dall’altra parte della città per di più: corse dietro all’autobus più veloce, sali e scendi da una rampa di metro, rapido e frequente calcolo dei tempi e delle attese.
Accade così di trovarsi all’ora di pranzo, ad un’ora di viaggio da casa, con la fame che latita per la troppa stanchezza e il desiderio d’essere colta da uno sfizio gastronomico già allestito. Calcolo tra me e me che per pranzare in compagnia dovrei  trasferirmi altrove, un altro quartiere e un altro trasbordo, un'altra rampa e un'altra scala mobile, un altro vagone e un altro annuncio. Non mi va.
Camminando mi viene incontro un cartello: un piccolo bar-enoteca e tre sole scelte di menù, tutte invitanti. Il posto è ricavato da un giardino ex-condominiale, verde di oleandri e di tettoia a creare una nicchia, mobili da giardino e buona musica che ti accolgono  insospettabilmente. Ecco, ho trovato la mia pausa solitaria e felice, davanti ad un buon piatto e a due dita di ottimo vino.
Mi piace. Non mi capitava da tanto di avere per compagnia solo cibo e musica. E’ un'opportunità per godermi la mia stanchezza, per lasciarla andare giù nelle  gambe nascoste dal tavolo, senza  doverla ricomporre e senza la preoccupazione di annoiare nessuno.  Stare in compagnia di sé stessi, scendendo da un treno in corsa in un’imprevista e accogliente stazione di periferia, riconcilia persino con la fiacca ed il sovraccarico di un periodo così.
E pensare che c’è gente che sa stare da sola esclusivamente per necessità.

lunedì 12 marzo 2012

(∞): un simbolo per titolo






"Ci sono due famosi labirinti in cui la nostra ragione spesso si perde: problema della libertà e necessità da un lato, dall’altro continuità e infinito”
(G.W. Leibniz)
fiore di mare
E' caratteristica propria dell'infinito l'assenza di fondo,
ed è immensamente attraente per la conoscenza andare alla ricerca dell'infinito 
e del suo mancato fondo.
Alcuni amori, a volte, somigliano all'infinito.
Capita  così raramente che quando accade non puoi resistere dal cercarne  l'inesistente fondo.
Ma, attenzione soprattutto a non  raccontarlo agli scettici di mestiere e ai presuntuosi per vanità, non conviene: quelli si sono dimenticati da tempo del concetto di infinito o forse non l'hanno mai imparato.
Sicuramente costoro hanno avuto insegnati di scarso valore.
Nel frattempo io vi riscrivo qui sotto il simbolo matematico dell'infinito, invitandovi a ripensare al senso filosofico della matematica, della vita e di quanto le sta dentro e intorno.
(∞)

mercoledì 7 marzo 2012

Il dosso delle Meraviglie

Martedì 6 marzo 2012, h. 17.30.
 Si va facendo sera.
Le strade del quartiere dove andavo interrogando la mia adolescenza si distendono nelle luci di un tramonto ibrido, frequente a Roma nelle sere di marzo, con l’aria pungente e i colori soffici della primavera piena: sono le sere in cui comprendi che la stagione nuova è  lì, appena svoltato l’angolo, giunta già  a buon punto nella cova della sua prossima e definitiva apparizione.
Oggi ho deciso di ripercorrere un tragitto tipico delle sere di primavera della mia adolescenza, tornando nel quartiere dove abitavo: un percorso tutto in salita, su-su fino al margine ultimo del quartiere che fu, fino al punto dove le case si diradavano fino a scomparire, sconfinando nel colore di prati un po’ approssimativi, gli stessi che fungevano da linea verde di confine tra la città e la sua più immediata campagna . 
In quel punto la strada si produce ancora oggi in un suggestivo dosso delle meraviglie, che ti appare da lontano come un punto di non-ritorno, una grande ed esaltante illusione, un trampolino verso non so che cosa. Ogni volta che giungevo in quest'ultimo tratto mi capitava di fantasticare sul superamento di quel dosso, ché la salita, guardandola dal basso,  pareva una scala appoggiata al cielo, colma solo dei colori del tempo meteorologico. E quando varcavo il culmine del dosso e giungevo ad indagare oltre con lo sguardo, trovavo solo abbozzi di abitato, ancora senza nome o con nomi di campagna.


Era quello il punto di confine e l’illusione del confine stesso, era la quasi-campagna, territorio sconosciuto, destinato ad allontanarsi illimitatamentee ad estinguersi negli anni a venire. Era il paese di città, con la sua identità contadina, contrapposto alla normalità urbana.
Quel dosso era la meta dei miei passi grandi e affamati di tutto, ai quali piaceva infinitamente perdersi nell’effetto speciale della salita e del suo oltre.

Giungere a piedi fin là, salita dopo salita, era un simbolo forte nelle mie passeggiate serali  di adolescente, perché mi dava il senso della distanza da percorrere per provare la sensazione della fine della città propriamente detta: in fondo, a margine dell’ultima salita, m'aspettava sempre il cielo libero dai palazzi che regnava assoluto, con le stagioni che gli si avvicendavano sulla faccia e null'altro.
Quando giungevo al mio confine avevo la certezza di trovare luci e colori sempre diversi nelle striature dei tramonti delle varie stagioni. Celebravo lì un senso sempre nuovo di  meta e di pace, viaggiando con l'occhio libero tra la terra e il cielo, finalmente senza più case. Ma ora ritrovo ben poco, quasi nulla di quanto c'era anni fa, mentre inciampo in prolungamenti artefatti di case e di negozi, dove la traccia più evidente è la non-identità. Ora, invece, trovo gli strati di tutto che si sovrappongono a casaccio, con la periferia che s’è allargata fino a diluire del tutto il senso e il divenire della città. E con gli strati si sono sovrapposte malamente anche le storie, le persone, le vite, i ritmi della città e della campagna, dando vita ad un troppo pieno che sa di troppo vuoto o, meglio, di tragicamente indistinto.
E’ la città nuova, senza forma, deprivata dei microcosmi dei quartieri, le città nella città, con le loro storie e leggende a dare fisionomie e senso ad ogni porzione di abitato, a rendere veramente grande, in estensione e molteplicità, il groviglio così particolare che va sotto il nome di Roma.


Superfluo sottolineare quanto me ne dispiace e che senso pungente di nostalgia e di perdita per quel confine verde ho provato.
E' stato come vedere la morte del confine, metafora di ciò che è conosciuto e di ciò che è ancora da conoscere e da immaginare.
Ecco, ora forse comprendo  cosa è andato veramente perduto con l’avvento della città indistinta: la possibilità di camminare e salire come io facevo allora, per giungere in vista di un altrove, di un'illusione ottica e non solo, che mi poteva portare oltre la città.
Ed è come se la città avesse ucciso e divorato il suo opposto, facendosi mancare per sempre un immaginario termine di paragone, un'alternativa, il senso dell'infinito e di tutte le sue possibili molteplicità.