giovedì 9 febbraio 2012

il patto più solenne


Che tristi i giorni dei nostri vent’anni.
Possedevamo solo l’esperienza del vissuto degli altri: e non ci piaceva per nulla.
L’unica nostra diretta esperienza era sapere con risolutezza cosa non volevamo diventare.
Come ci sembravano sciocchi i discorsi sulla giovinezza che popolavano le nostre anziane antologie scolastiche, noi che desideravamo il futuro come desideravamo il sesso: chiedendoci se ce l’avremmo fatta, se saremmo stati all’altezza di goderne come immaginavamo.
Non volevamo un futuro qualunque, no: volevamo un futuro coerente, che ci somigliasse, e non soltanto a tratti, occasionalmente.
Io e te abbiamo fatto vite diverse, ma avevamo la stessa determinazione: percorrere la vita senza lasciarci percorrere, senza cadere mai in consuetudini mentali solo per sentirci rassicurati.
Non ci piacevano i rinunciatari.
Ma non ci piacevano neanche gli accecati, infuriati a prescindere.
Però io credo che una cosa sia accaduta a entrambi: non ci siamo mai dimenticati di nulla nei nostri vent’anni.
Vedi, io questa memoria lunga me l’ero ripromessa presto, la prima volta ero solo una bambina di otto anni, forse anche meno, e quello della memoria mi sembrò subito un vero patto solenne, il più solenne di tutti, silenzioso come tutti i veri giuramenti.

Non so se anche tu ti ripromettesti altrettanto, però io credo che comunque tu abbia rispettato lo stesso patto e oggi anche per questo ti amo.
E quando qualche giorno fa quel dolore giovane ti è galleggiato di nuovo a pelo d’anima, proprio questa riflessione ho fatto: il dolore della memoria è il segno tangibile di quel patto che vive in noi, l’impronta che ci siamo consapevolmente lasciati imprimere dentro.
Per questo tatuaggio dell’anima noi due oggi siamo ancora liberi, interi dentro, capaci di leggerci intorno, anche se quella memoria di tanto in tanto ci fa sanguinare, e non poco.
     

venerdì 3 febbraio 2012

3 febbraio 2012, l'errore sublime di Roma



La neve di Roma è un autentico errore: qui il cielo conosce la logorrea dell’acqua dei temporali, non la sintesi dei fiocchi bianchi. Ma l’errore del cielo di Roma che si sta manifestando  oggi  è di quelli furiosi, ripetuti e abbondanti.
Si ferma soprattutto sulle tegole di ardesia, spegnendone il rosso fin nei bordi con un bianco compatto d’ovatta che  ormai, dopo due ore, appare quasi perfetto.
La neve a Roma è un errore, uno scherzo che il più delle volte finisce nel nulla dell’acqua sporca.
Quello di oggi però è un errore ben fatto, sa di estro  e bravura:  perché anche gli errori possono talvolta essere inarrivabili per stile.

mercoledì 1 febbraio 2012

K. e il pallore luminoso della luna


La piattaforma di Splinder è stata chiusa.
Io ho fatto appena a tempo a salvare i testi dei post e, tra  le immagini, quelle che preferivo.
Stamane poi, ho cercato di salvare ancora altre pagine di pvt: nella raccolta erano rimasti infatti memorizzati solo i pvt "significativi", quelli cioè densi di significato, frutto di scambi mentali nel vero senso della parola, di comunicazione profonda.
La stragrandissima maggioranza dei messaggi appartiene ad uno scambio, durato qualche mese, con una persona ch'io continuo a ritenere di livello altissimo, e sotto il profilo dell'umanità e dell'espressione poetica, persona che non ho mai conosciuta dal vivo e di cui non so più nulla da anni. 
Nelle apparentemente enormi differenze di carattere e di modo di guardare alle cose della vita che ci caratterizzava, io ho trovato una fonte di riflessione e di esperienza davvero profonda: sebbene fosse tutto per iscritto.




Come? direte voi: tutto per iscritto? .
Sì, tutto per iscritto, a dimostrazione di quale scambio la comunicazione, se vera e sincera, possa realizzare.
Al signor K.,  così come mi piaceva apostrofarlo sfottente, in rimando al suo scrittore preferito, (che però non starò qui a dirvi, in ossequio alla sua e alla mia riservatezza), dedicai un post, tentando di descrivere la sua scrittura per come io la sentivo, leggendola cioé con la pelle dell'anima.
Eccolo.

Sai, K., tu sei un vero poeta, perché prescindi dai limiti delle parole e talvolta dalle parole stesse, dal loro significato, dalle loro omissioni e, talvolta, persino dai loro suoni.
Prescindi e vai.
Io, concettualizzatrice estrema, talvolta isterica, spesso barocca nel mio celebrare di metafore su di ogni cosa, ti osservo stupefatta e ammirata: come la terra guarda la luna e il suo pallore luminoso, inarrivabile.
 Sei un poeta perché raccogli il senso pieno di quel che accade, senza né incisi né precisazioni, senza virgole e mancando di rispetto ai punti...eppure a te non manca mai nulla nel senso.
Essenziale come un asta tirata a matita di punta finissima scavi.  Scavi efficace e vai.
E il dire ti esce via, come da un taglio sulla pelle, almeno così sembra.
Chissà, poi magari non è così.
Eppure, te lo assicuro, quando lanci in aria le parole per seguirle cadere sulla carta, ecco, allora le parole sembrano proprio possedere la facilità del sangue che fluisce da un taglio, rivelandosi. E anche questo è un miracolo che riesci a compiere in perfetta innocenza: è la manifestazione del pallore luminoso della tua luna, appunto.
Ma ora perdonami una volta di più: se per dirti il mio pensiero ho finito per concettualizzare qui persino te.