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| immagine di Pascal Renoux |
Leggo fatti di donne uccise per quella che si ostinano a chiamare follia d’amore, amore malato, delitto passionale e via discorrendo. Ogni volta mi chiedo come sia possibile continuare ad accostare le parole amore e passione a certi gesti, ad attribuire questi sentimenti a certe personalità che non hanno mai sviluppato neanche allo stadio più primitivo il concetto di amore e di passione.
Eppure sono in pochi e poche a sottolineare l’incongruenza criminale di certi sciagurati abbinamenti linguistici.
E mi fa paura sentire che ci sono ancora donne che riescono a concepire e a pronunciare giustificazioni nei confronti di chi si macchia di questi crimini.
E non importa se sono madri, sorelle o che so io.
Mi fa paura esattamente come mi fece paura il discorso che qualche anno fa sentii da una donna, giovane e apparentemente consapevole di sé, che, commentando il comportamento di un uomo geloso, se ne uscì così: “però, dai, in fin dei conti a noi piace la gelosia da parte dell’uomo, è un segno di attaccamento, di passionalità…”!!!!! (e i punti esclamativi furono e sono tutti miei...).
Ricordo che la guardai come se fosse scesa da un’astronave, in una scena di Star Trek, orecchie puntute comprese, e le risposi: “a me non è mai piaciuta la gelosia, non mi ha mai lusingata, infastidita sì, sempre e parecchio. E poi, sai, ho poca esperienza in materia: credo d’avere un potere repellente verso i gelosi e i possessivi: non mi sono mai dovuta misurare più di tanto con loro, semplicemente li ho lasciati a lessare nel loro brodo ossessivo…”.
Ricordo anche che da quel giorno guardai quella donna apparentemente consapevole con altri occhi, per nulla comprensivi: non ho mai provato pietà per lei, non mi sono mai sentita una sua sorella e non ho provato alcun desiderio di “redimerla” da sé stessa, per quale ragione mai? Nella sua vita di donna giovane e consapevole aveva a disposizione tutti i mezzi intellettuali possibili per giungere ad altre, più opportune, conclusioni sulla gelosia e sui suoi disastri.
Ebbene, qualche giorno fa mi sono trovata ad assistere alle interviste di diverse attrici, presenti all’ultima importante manifestazione di cinema: l'intervistatore (un cretino genetico) si è ostinato a chiedere a tutte, tutte, tutte, implacabilmente: “quanti centimetri di tacco?”, senza mai ricevere una risposta neanche moderatamente derisoria per la sua scempiaggine. Ho pensato: ma perché farsi sbeffeggiare così? perché nessuna delle intervistate, (e dire che alcune passano per teste di grande ed elevato pensiero!) ribatte qualcosa di dignitoso, qualcosa che riaffermi l’essere pensante al di sopra e al di fuori dei centimetri di tacco calzati? Anche l’altro giorno, esattamente come anni prima, non ho provato nessuna pietà, nessun senso di sorellanza verso le intervistate.
Sarà forse perché considero la dignità un presupposto non negoziabile, non assoggettabile a nessun adattamento/interpretazione/revisione intellettuale?
Sarà forse perché considero la dignità un presupposto non negoziabile, non assoggettabile a nessun adattamento/interpretazione/revisione intellettuale?
Può essere.
E poi, diciamolo ma quanto male fanno queste donne alle altre donne?




