martedì 18 giugno 2013

quando non c'è scusa che tenga

immagine di Pascal Renoux
Leggo fatti di donne uccise per quella che si ostinano a  chiamare follia d’amore, amore malato, delitto passionale e via  discorrendo. Ogni volta mi chiedo come sia possibile continuare ad accostare le parole amore e passione a certi gesti, ad attribuire questi sentimenti a certe personalità che non hanno mai sviluppato neanche allo stadio più primitivo il concetto di amore e di passione. 
Eppure sono in pochi e poche a sottolineare l’incongruenza criminale di certi sciagurati abbinamenti linguistici.
E mi fa paura sentire  che ci sono ancora donne che riescono a concepire e a pronunciare giustificazioni nei confronti di chi si macchia di questi crimini.
E non importa se sono madri, sorelle o che so io.
Mi fa paura esattamente come mi fece paura il discorso che qualche anno fa sentii da una donna, giovane e apparentemente consapevole di sé, che, commentando il comportamento di un uomo geloso, se ne uscì così: “però, dai, in fin dei conti a noi piace la gelosia da parte dell’uomo, è un segno di attaccamento, di passionalità…”!!!!! (e i punti esclamativi furono e sono tutti miei...). 
Ricordo che la guardai come se fosse scesa da un’astronave, in una scena di Star Trek, orecchie puntute comprese, e le risposi: “a me non è mai piaciuta la gelosia, non mi ha mai lusingata, infastidita sì, sempre e parecchio. E poi, sai, ho poca esperienza in materia: credo d’avere un potere repellente verso i gelosi e i possessivi: non mi sono mai dovuta misurare più di tanto con loro, semplicemente li ho lasciati a lessare nel loro  brodo ossessivo…”.
Ricordo anche che da quel giorno guardai  quella donna apparentemente consapevole con altri occhi, per nulla comprensivi: non ho mai provato pietà per lei, non mi sono mai sentita una sua sorella e  non ho provato alcun desiderio di “redimerla” da sé stessa, per quale ragione mai? Nella sua vita di donna giovane e consapevole aveva a disposizione tutti i mezzi intellettuali possibili per giungere ad altre, più opportune, conclusioni sulla gelosia e sui suoi disastri.

Ebbene, qualche giorno fa mi sono trovata ad assistere alle interviste di diverse attrici, presenti all’ultima importante manifestazione di cinema: l'intervistatore (un cretino genetico) si è ostinato a chiedere a tutte, tutte, tutte, implacabilmente: “quanti centimetri di tacco?”, senza mai ricevere una risposta neanche moderatamente derisoria per la sua scempiaggine. Ho pensato: ma perché farsi sbeffeggiare così? perché nessuna delle intervistate, (e dire che alcune  passano per teste di grande ed elevato  pensiero!) ribatte qualcosa di dignitoso, qualcosa che riaffermi l’essere pensante al di sopra e al di fuori dei centimetri di tacco calzati? Anche l’altro giorno, esattamente come anni prima, non ho provato nessuna pietà, nessun senso di sorellanza verso le intervistate. 
Sarà forse perché considero la dignità un presupposto non negoziabile, non assoggettabile a nessun adattamento/interpretazione/revisione intellettuale?
Può essere.
E poi, diciamolo ma quanto male fanno queste donne alle altre donne? 

martedì 11 giugno 2013

Fontanelle

immagini sull'Adda
Vorrei essere io l'aria.
Vorrei essere io l'aria
e l'acqua di una fontanella
e cantare di primo mattino nel silenzio di una domenica.
Vorrei affacciarmi ogni giorno 
e sotto gli occhi trovare un paese indimenticabile
illudermi che il tempo è passato invano addosso alla bellezza
la stessa dei quadri della pittura italiana
con le sue vedute di un paese ideale come nessun altro.
Vorrei essere io dentro a quel bello che non stanca
alla calma rotta solo dal vento
allo scroscio di una fontanella
e risentirmi cantare
nel silenzio del primo mattino di una domenica. 

mercoledì 5 giugno 2013

piccolo e grande mondo

Alla fine basterebbe davvero poco: basterebbe salire in macchina e arrivare in un paese alla fine di tutte le strade, affacciato sulle nuvole e sugli orti lontani.
Basterebbe arrivare e trovare un silenzio d’alberi, una casa antica di mattoni, un giardino curato tutto l‘anno.
Basterebbero un paio di chiavi sotto al tappetino ed un camino acceso dal vicino di sempre.
Oppure basterebbe una padrona d’albergo senza arie, una che vivesse lì  da sempre tutto il suo tempo e fosse diventata anche lei un po’ eterna.
Basterebbe il suo sorriso antico e sicuro nel porgere le chiavi della stanza, mentre tutt’intorno gli odori della cucina appena-appena iniziano a levarsi.


Basterebbero un bel maglione grosso da abbracciare e le ginocchia strette attorno ad un sorriso nascosto
Basterebbe poco, poco davvero, per rinfrancare la vita.
Poi, dopo, sarebbe subito ora di cena, ora di raccontarsi sottovoce quanto sia grande il mondo quand’è così piccolo.