giovedì 1 dicembre 2011

il miglior Sottofondo

Erano seduti nel cucinotto, dove lui si godeva la sua relazione quotidiana con la pipa.
Nei silenzi lievi e pensosi, che spesso intercorrevano tra loro, il sottofondo era quasi sempre quello delle voci dei bambini dell’asilo accanto alla casa.
Non c’era nulla di meglio delle voci dei bambini a fare da sottofondo: in fin dei conti, loro erano due bambini che si erano ritrovati dopo tante tempeste, che li avevano divisi alla nascita. In fondo, loro due erano due bambini mancati: perché a suo tempo l’età infantile era loro sfuggita di mano, ma il suo ricordo e la sua eco affettuosa erano rimasti intatti nel profondo, a vegliare.
Il sottofondo delle voci infantili era perciò il più adatto, era l’infanzia mancante, non spesa o troppo poco consumata nella sua stagione  più vera, che ora correva, cantava, rideva, litigava, si sbucciava le ginocchia, si andava insomma sfrenando sulle gambette esaltate dei piccoli ospiti dell’asilo e da lì arrivava nelle loro orecchie .
Lui le aveva raccontato di quando quel luogo era campagna, ai primissimi margini della città e lei, che pure ricordava  i prati delle periferie di casa sua, provava ad immaginare come doveva essere stato, prima che l’asilo esistesse: prati e orti forse, la pianura che viaggiava liscia, unendosi presto all’orizzonte del cielo. E, quando c’era, la nebbia che li colorava entrambi.
Però, non le era mai piaciuta del tutto quell’idea di campagna e di isolamento, anche se non ne era riuscita a capire subito la ragione.
Poi, un giorno, scrivendone e raccontandolo capì: la campagna senza suoni, nelle imminenze della città, pareva corrispondere simbolicamente alla solitudine di cui lui le aveva tante volte parlato, solitudine che aveva accompagnato l’infanzia e l’adolescenza, con punte di sofferenza  e un senso penoso di condizione senza uscita.
Era meglio ora, con le voci infantili, le corse e i battibecchi: era quasi una forma di risarcimento per il silenzio e la solitudine di tanti anni prima.

2 commenti:

  1. Questo è il blog Tez, una specie di risarcimento per la fetta di vita che non abbiamo ancora mangiato come vorremmo. Le periferie mutate le conosco bene anch'io, aver camminato a lungo per le vie del centro non mi ha mai fatto scordare cosa e com'era l'altra stagione della mia vita.
    Nessuno mi ha insegnato ad essere un bambino, ho imparato da solo...la luce di quegli anni c'è ancora. Sta qui per esempio fra queste righe e la canzone di Gaber. Mi dispiace solo non poter commentare questo post: ho solo voglia di rileggerlo. Semu ricchi e nuddu u sapi Tez.

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